venerdì 19 giugno 2009

Vip: condannato ex portavoce Fini

2009-06-19 12:12
Vip: condannato ex portavoce Fini
Otto mesi a Salvatore Sottile per uso improprio auto di servizio
(ANSA) - ROMA, 19 GIU - Otto mesi di reclusione. Questa la condanna inflitta a Salvatore Sottile, ex portavoce di Gianfranco Fini, dal Tribunale di Roma. Si riferisce alla vicenda dell'uso improprio dell'auto di servizio che, secondo le accuse, Sottile utilizzava per accompagnare la soubrette Elisabetta Gregoraci nei locali della Farnesina. Il pm aveva chiesto due anni e mezzo, ma il tribunale ha ritenuto responsabile Sottile di peculato d'uso, ovvero l'utilizzo temporaneo del bene (l'auto).

giovedì 11 giugno 2009

Il ciclone Debora - commenti a caldo.

Che tristezza leggere oggi su Repubblica i commenti dei veterani del PD riguardo il ciclone “Debora”. Leggo che “tanti dirigenti locali sono infuriati non per il successo di Debora ma per il "modello Serracchiani", dove il criterio di selezione della nuova classe dirigente è solo "stare al posto giusto nel momento giusto", com'è capitato a lei all'assemblea dei circoli del 21 marzo dove pronunciò il suo ottimo discorso rimbalzato sui tanti blog democratici”.

Ma davvero si può pensare che chiunque, al posto di Debora, avrebbe avuto la medesima grinta, modo di fare, capacità di catturare l’attenzione? Ed ecco il paradosso: per salvaguardare i propri personali interessi individuali – di “fare carriera” all’interno del PD – si giunge a negare che il carisma personale abbia la sua buona parte di causa nell’ottenere il consenso.

Al PD – a tutti questi “dirigenti locali” – dico, da cittadina politicamente attiva e non schierata ideologicamente, di avere più umiltà, pensare di più al bene del Paese, anche quando transita per la voce di una 38enne di fegato, e non pensare troppo al gusto del potere di per se. In fondo la domanda è: quale è il vero motivo che vi spinge all’agone politico? Interessarvi, realmente, del bene del Paese. Oppure raggiungere ruoli e luoghi ed anse di potere per il solo gusto del potere?

D’altro canto riesco a comprendere la perplessità di chi fa notare che "anche il neo-onorevole Mario Pirillo ha battuto Berlusconi in Calabria come ha fatto Debora in Friuli. Eppure nessuno ne parla, nessuno lo candida a posti di rilievo nazionale. Potenza del sistema mediatico...", anche se non posso evitare di notare che ancora una volta non si riesce a comprendere, all’interno di questo grande calderone che è il PD, che la vera notizia non è stata che Debora ha superato in voti il Cavaliere, quanto il grande segnale da parte di un intero elettorato, di stanchezza per i soliti noti, adesione ai punti salienti del discorso di Debora che – ma non è potere mediatico, perdonate, solo condivisione pura – è girato a velocità supersonica presso i più disparati tipi di elettori, nell’ultimo refugium democratiae che è la rete internet.

Io vi dico: più “Serracchione” nel mondo. E meno invidie e piccole ritorsioni nel PD. Solo così salveremo la democrazia.

lunedì 4 maggio 2009

A proposito del referendum per la legge elettorale. Da sapere.

tratto dal sito di "giustizia e liberta'"

IL REFERENDUM ELETTORALE GUZZETTA: UN PERICOLO PER LA DEMOCRAZIA.

Il referendum abrogativo della legge elettorale vigente (la porcata) che si terrà a giugno 2009 contiene tre quesiti che riempiono diverse pagine delle schede - lenzuolo che ci verranno consegnate, secondo la nota tecnica “manipolativa” dei referendum abrogativi.
Volendo sintetizzare i quesiti saranno tre:

1° Quesito 2° Quesito 3° Quesito
Modulo colore Verde Modulo colore Bianco Modulo colore Rosso

Premio di maggioranza alla Premio di maggioranza alla Abrogazione delle
Lista più votata CAMERA lista più votata candidature multiple
DEI DEPUTATI SENATO

E’ in atto il tormentone dell’election day: votare in coincidenza con le europee e le amministrative o in diversa data.
I referendari (da Guzzetta a Segni a Parisi e altri) si sono addirittura recati a Pontida per invocare l’election day e favorire l’affluenza al voto in quanto è necessario raggiungere il quorum della maggioranza dei voti.
Come noto Veltroni strizzò ripetutamente l’occhiolino ai referendari e così pure Di Pietro, mentre il Partito Democratico non ha assunto apparentemente una posizione pubblica (non solo su questo tema).
Alleanza Nazionale e gran parte dei Parlamentari di Forza Italia si sono schierati a favore del referendum.
Mentre avanza inesorabilmente il partito del Premier e il ruolo del Parlamento viene sempre più compresso, Berlusconi apparentemente tace sull’election day, mentre la Lega è fermamente contraria.
Ma il problema non è solo l’election day che nel clima di generale invocazione più o meno esplicita dell’uomo forte potrebbe favorire la vittoria del SI.
Il problema è quello degli anticorpi, come li definiva un mio antico Maestro, Paolo Sylos Labini: anticorpi capaci di capovolgere l’onda populistica e plebiscitaria trasformandosi in onda democratica.
La scommessa è di raccogliere le forze per vincere e far valere le ragioni del NO: le ragioni della democrazia.
Prima che sia troppo tardi.
Tre ragioni per il NO

1) Perché si tratta di una nuova legge “ACERBO”.
Una legge elettorale condivisa, quale regola del gioco, deve essere
coerente con l'attuale e condiviso assetto costituzionale, confermato dalla
stragrande maggioranza dei cittadini italiani con il voto popolare del 25 e 26 giugno 2006.
Il referendum manipolativo della vigente "porcata" non lo è.
Mussolini volle la legge Acerbo, approvata dalla Camera dei Deputati il 21 luglio 1923.
Tale legge prevedeva l'adozione del sistema maggioritario all'interno di un collegio unico nazionale.
Alla lista che avrebbe ottenuto più voti sarebbero toccati i due terzi dei
seggi (356), mentre i restanti (179) su base proporzionale andavano alle liste rimaste in minoranza. Era inoltre previsto, qualora la lista di maggioranza fosse una federazione di partiti, un ingente premio di maggioranza al movimento con più voti tra quelli che componevano la lista più grande.
Alle elezioni del 6 aprile 1924, inizio del regime, il Listone Mussolini
prese il 64,9% dei voti ed elesse 375 deputati, mentre le opposizioni di centro sinistra ottennero solo 161 seggi, nonostante che al Nord fossero in maggioranza con 1.317.117 voti contro 1.194.829 del Listone.
E' chiaro che la porcata è negativa al cento per cento, ma è altrettanto evidente che anche il sistema scaturente dal referendum non sarebbe altro che una "superporcata", ancora peggiore dell'attuale.
Una sola lista, in ipotesi anche con il 25% dei voti, purchè prima, otterrebbe il
55% dei seggi.
E' un meccanismo che coltiva l'illusione infantile e antidemocratica che il
sistema dei partiti possa essere radicalmente riformato, passando a soli 2 partiti, esclusivamente per forzatura elettorale, annullando qualunque dinamica politica e negando il principio di rappresentanza.
Negando anzi addirittura il Parlamento, in quanto gli elettori eleggerebbero il Governo, plebiscitandolo.
Un meccanismo che ricalca la legge Acerbo.
Oggi basterebbe, così come sarebbe bastato alle elezioni politiche del 2006, il 23% dei voti all’epoca attribuito a Forza Italia, primo partito, per avere il 55% dei seggi; ovvero come avvenuto nel 2008 il 37% dei voti, così come attribuito al Popolo delle Libertà, primo partito, sempre per avere il 55% dei seggi.
Laddove nel 1924 il Listone fascista con il 64,9% dei voti conquistò il 69,9% dei seggi della Camera, ricevendo dunque un “premio” di gran lunga inferiore.
2) Perché non viene meno il Parlamento dei “nominati” non eletti, per di più da un solo partito e non già da una coalizione di partiti.
Con l'attuale porcata, i parlamentari non sono scelti dai partiti, ma
nominati dai pochi oligarchi delle segreterie, che formano le liste dei candidati secondo un ordine prefissato, che pur presuppone un qualche accordo tra i partiti della coalizione inteso a valorizzare anche posizioni non maggioritarie all’interno della stessa coalizione.
Il referendum rafforzerebbe l'odiosa norma, in quanto nei più lunghi elenchi di candidati dei listoni che ne scaturirebbero l'ordine prefissato dai partiti sarebbe ancora più decisivo per l'elezione della singola persona determinata da un ristretto numero di capi di partito, rappresentando peraltro il partito stesso una fetta minoritaria dei cittadini.
Se poi si pensasse che attraverso le cosiddette “primarie” sia possibile una qualche selezione partecipata, si dovrà certamente considerare che i partecipanti alle “primarie” indette da un singolo partito costituiscono un numero ulteriormente molto ridotto di persone rispetto agli stessi votanti di quel partito; senza contare che notoriamente incombono i soliti “signori delle tessere”.
Chi afferma dunque di combattere il regime dei partiti è viceversa il massimo rappresentante della più feroce partitocrazia!
3) Perché la stessa Corte Costituzionale, sia pure ammettendo il referendum, ha riconosciuto che la legge che ne risulterà sarà incostituzionale (Corte Costituzionale 16/11/2008 n. 15).
La normativa di risulta (la legge che deriverebbe dalla vittoria del SI) non prevede alcuna soglia per l’attribuzione del premio di maggioranza, permettendo alla sola lista più votata di ottenere il premio purchè essa superi il 4% di sbarramento.
Tale risultato presenta evidenti problemi non solo di merito ma anche di costituzionalità.
La Corte Costituzionale si è necessariamente limitata al giudizio di ammissibilità del referendum elettorale, non potendo verificare l’illegittimità costituzionale della legge di risulta, in quanto non investita, nemmeno essendo stata mai investita della questione di legittimità costituzionale dell’attuale porcata.
E tuttavia senza pretendere di emettere alcun giudizio anticipato di legittimità costituzionale, la Corte ha segnalato gravi carenze e problemi di costituzionalità della vigente normativa elettorale e di quella che risulterebbe dal referendum.
Senza pretendere di emettere alcun giudizio anticipato di legittimità costituzionale, la Corte ha infatti segnalato diversi aspetti problematici di una legislazione che continua a non subordinare l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e/o di seggi.
Tant’è che ha affermato espressamente quanto segue: “… questa Corte può spingersi soltanto sino a valutare un dato di assoluta oggettività, quale la permanenza di una legislazione elettorale applicabile, a garanzia della stessa sovranità popolare, che esige il rinnovo periodico degli organi rappresentativi. Ogni ulteriore considerazione deve seguire le vie normali di accesso al giudizio di costituzionalità delle leggi.
L'impossibilità di dare, in questa sede, un giudizio anticipato di legittimità costituzionale non esime tuttavia questa Corte dal dovere di segnalare al Parlamento l'esigenza di considerare con attenzione gli aspetti problematici di una legislazione che non subordina l'attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e/o di seggi … senza entrare nel merito della normativa di risulta, che non può essere sindacata in questa sede … Nella sede presente è sufficiente tale osservazione per ritenere che il fine intrinseco del referendum, oggi all'esame di questa Corte, non può essere causa di inammissibilità dello stesso. Altro problema è quello, cui si è accennato nel paragrafo precedente, del grado di distorsione in concreto prodotto. Ciò richiederebbe tuttavia una analisi della normativa di risulta ed, ancor prima, della legge vigente, estranea alla natura del giudizio di ammissibilità…”.
Ovviamente, nessuno dei sostenitori del referendum vi ha fatto cenno.
Peraltro il risultato voluto dai referendari è stato in concreto anticipato dai maggiori partiti politici, come dimostra la vicenda elettorale del 2008, che ha visto la nascita del Partito Democratico che da solo si è opposto al Popolo delle Libertà.
Sovviene in proposito una considerazione ovvia: se i maggiori partiti vogliono, possono già ora decidere se correre da soli (come hanno sostanzialmente fatto alle ultime elezioni) o in coalizione.
Al momento, infatti, nessuno punta la pistola sulla fronte di nessuno e tutti sono liberi di decidere se presentarsi da soli o in compagnia, ma è proprio questa libertà di scelta che il referendum intende abrogare.
Altra osservazione non meno importante: il Porcellum rimarrebbe nella sostanza un Porcellum rafforzato.
L'assurdo premio di maggioranza, assegnato senza alcun criterio di raggiungimento di un risultato minimo, rimarrebbe tale ed anzi amplificato nei suoi aspetti peggiori. Nessuna possibilità per gli elettori d'intervenire sulle imposizioni provenienti dai partiti circa i nomi da eleggere. Ed anzi, proprio l'impossibilità di presentare le coalizioni toglierà agli elettori l'unica possibilità che oggi hanno d'intervenire, laddove queste si costituissero, sugli equilibri interni delle coalizioni stesse.
Si deve allora concludere, e sovviene in proposito il ricordo di un’antica battaglia dei democratici italiani, che ancora una volta siamo davanti ad una truffa.
E’ difficile pensare che i maggiori partiti che siedono attualmente in Parlamento si facciano carico di emendare la vigente normativa elettorale, democratizzandola, come dimostra la vicenda delle Giunte delle elezioni delle Camere elette competenti a valutare la legittimità della normativa elettorale, come affermato dal Consiglio di Stato e dalla Corte di Cassazione.
Sarebbe come se negli Stati Uniti fosse chiesto ai tacchini di organizzare il menù per il Giorno del Ringraziamento!
Per sollecitare lo sdegno pubblico i referendari se la sono presa solo con i Parlamentari “nominati” e non “eletti”.
Questa è l’ennesima ipocrisia perché i referendum non mettono in discussione le liste dei “nominati”, che anzi vengono rafforzate.
Con il divieto delle coalizioni ci saranno ancora meno persone a nominare i parlamentari.
Non c’è limite all’indecenza.
Solo lo scatto di reni di un popolo di anticorpi potrà arrestare l’onda della deriva antidemocratica.
Torino, lì 27 marzo 2009.
Antonio CAPUTO

venerdì 13 marzo 2009

L'esempio estremo di Roma: i tagli governativi colpiscono alla cieca anzitutto la cultura

di Rosanna Pilolli

13-03-2009

S.O.S. cultura per i Municipi di Roma da quando la scure finanziaria di Alemanno vi si è abbattuta in modo massiccio. Le iniziative, gli eventi letterari, i festival cinematografici e musicali divenuti nel tempo classici e di grande aspettativa per i romani e non solo, sono decisamente in pericolo. Non è soltanto la fuga dalla "Notte Bianca" ma piuttosto l'ingresso in una inedita "Notte nera" di deficit culturale, un possibile salto all'indietro di anni. Un ritorno al grigiore della Roma dei lontani anni sessanta. Salta il Tavolo di promozione della cultura scientifica promosso con successo crescente dal quartiere di S.Lorenzo (Municipio III) che passa di colpo da un finanziamento trasferito di 51.400 euro alla modesta somma di 20.000 euro in ordine alla quale resta fortemente il dubbio anche sulla continuità delle attività scolastiche oltre-orario.
Il VI Municipio, ad esempio, perde non solo la possibilità di ripetere il festival della musica blues ma anche quella di commemorare adeguatamente la Festa della Liberazione del 25 aprile dal nazi-fascismo. I tagli di bilancio operati su questo Municipio, davvero pesantissimi, hanno ridotto il "budget" attribuito nello scorso anno da 120.000 euro addirittura a 20.000.
E' sgradevolmente difficile immaginare quali iniziative potranno "inventarsi" culturalmente il V e il X Municipio, rispettivamente per i territori Tiburtina e Cinecittà, se il primo passa da 166.500 euro ai miseri 20.000 e il secondo da 130.000 euro ai consueti ed insufficienti 20.000. Avanti ancora sulla strada dei tagli: riduzioni del 71% per il XIX Municipio (Balduina) e del 63% per il XX (Tor di Quinto. Una sorte analoga subisce l'EUR (XII Municipio) il cui budget culturale viene drasticamente ridotto dell'85%. Gli effetti delle penalizzazioni non sono di nicchia: hanno visibilità e si estendono a settori fino ad oggi considerati e sentiti di primaria importanza.
In un clima di allarme culturale sui territori della città, due situazioni limite: il XVII municipio (Aurelia) non subisce alcun taglio e mantiene i suoi 140.000 euro, mentre è particolarmente punitiva la situazione del XV Municipio (Arvalia Portuense) che subisce una decurtazione sulla spesa corrente di quasi un milione di euro. La cultura, poi, è la vittima privilegiata: il budget previsto, passa da 177.000 euro a zero.
E' davvero un errore permettere che regrediscano culturalmente, e non solo, i popolatissimi quartieri (Marconi, Magliana, Corviale, Trullo, Ponte Galeria) di questo Municipio esteso quanto la città di Barcellona. Da anni era stata avviata in tutto il territorio e condotta a termine la promozione socio-culturale, il riscatto di intere zone, concepite dai "palazzinari" del sacco di Roma come quartieri-dormitorio.
Inoltre, secondo le proteste espresse ad Alemanno dai Presidenti municipali interessati, l'operazione di bilancio voluta dal Comune non è stata attuata in modo strettamente armonico e in confronto dialettico e trasparente con il Campidoglio.
Gli effetti preoccupanti dei tagli di Alemanno invadono anche il campo dei servizi legati strettamente all'ordine cittadino ed alla sicurezza. Ad esempio, il XIII Municipio (Ostia Lido) perde ben 15 vigili urbani.
Ed è ridotta dell'80% l'assistenza alloggiativa dell'XI Municipio (Appia antica) che passa da 122.000 a 20.000.
I tagli operati dal nuovo governo del Campidoglio proseguono drammaticamente nel solco delle progressive decurtazioni finanziarie della città di Roma operate negli anni di centro destra, dal 2001 al 2006.
Infatti, progressivamente, i trasferimenti finanziari alla città sono scesi dagli iniziali 1.231 milioni di euro a 1.027 (non andava punita Roma ladrona e di centro sinistra?). Inoltre l'abolizione dell'ICI sulla prima casa, fiore (vittorioso) all'occhiello della campagna elettorale dei partiti della destra, ha causato una perdita di quasi 200 milioni di euro sulla rata di giugno ed altrettanti su quella di dicembre. Il vantaggio è stato dei cittadini di lusso e delle abitazioni di lusso: gli altri paghino pure in termini di disservizio.
Così l'idea di città multicentrica, portata avanti con successo dalle giunte di centro sinistra, subisce un contraccolpo concettuale oltre che economico.
Roma arretra e torna modesta: la capitale di un Paese difficile.
Diventa perciò più difficile descriverla come il luogo dei luoghi, la Grande, la Generosa, l'Accogliente, aperta a tutte le culture che vi si affacciano. Realmente solidale e multietnica senza ipocrisie di facciata o atteggiamenti caritatevoli.

venerdì 27 febbraio 2009

Chi si candida alle Europee fa terno a lotto!

Da Espresso
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/euronorevoli-fannulloni/2064472/25

Euronorevoli fannulloni
di Emiliano Fittipaldi
Sono i meno presenti e i più pagati. La metà degli eletti si è dimessa per tornare in patria. Non partecipano ai lavori. Ecco il primato negativo degli italiani a Strasburgo. Dove si decide il nostro futuro

Il Parlamento europeo a Strasburgo
C'è seduta plenaria all'Europarlamento, ma Gianni De Michelis è a Roma. Non tenta nemmeno di giustificarsi. "La seduta a Strasburgo di oggi? Ma lo sanno tutti che quelle del lunedì non contano niente. Parto domani". In effetti lunedì non si vota, ma inglesi, francesi e tedeschi stanno discutendo importanti dossier su energia, commercio, economia e discriminazione etnica. A guardare bene, il deputato socialista è stato poco assiduo anche altri giorni della settimana: durante la legislatura che sta per finire una volta su due ha saltato gli incontri al Parlamento. "Senta, il mio personale obiettivo era quello di tornare nelle istituzioni nonostante l'accanimento dei giudici, ed essere ammesso nel Partito socialista europeo. Ci sono riuscito". Pure Vito Bonsignore, eletto con l'Udc e poi passato in Forza Italia, 45 per cento di assenze, è in altre faccende affaccendato. "In questo momento sta parlando in un convegno sul programma elettorale per le amministrative in Val di Susa, non posso passarglielo", dice l'assistente. La plenaria è iniziata da un pezzo, Bonsignore parla a Torino. Chi è partito, ma a sera inoltrata è fermo a Lione in attesa della coincidenza, è l'ex diessino Mauro Zani. Nessuna relazioni in quasi cinque anni di attività. "Lasci perdere le presenze, il lavoro vero si fa a Bruxelles, nelle commissioni. Gli italiani disertano anche quelle? Non posso contestarlo, non frequento quelle degli altri. Di sicuro posso dirle che in Europa contiamo come il due di coppe quando briscola è bastoni. Zero relazioni all'attivo? Guardi che se uno vuole farle basta che si metta in fila...". Iva Zanicchi, di Forza Italia, di fare la coda non ci pensa proprio. È stata ripescata a maggio, e in otto mesi ha collezionato 23 assenze (su 43 plenarie a disposizione), e un solo intervento sulla povertà nel mondo. Quando squilla il telefono la cantante è a Milano, l'Europa è lontana. "Sta facendo una visita, solo un controllo per l'influenza, la faccio richiamare", dice gentile l'addetto stampa. Sanremo si avvicina, Iva vuole essere in forma. Convocata da Paolo Bonolis, canterà 'Ti voglio senza amore', la storia di una donna che decide di smettere di soffrire e comincia a fare sesso senza preoccuparsi dei sentimenti. "Certo che sta provando la canzone. Ma al Festival parteciperà a titolo gratuito, lo scriva".


Record europeo De Michelis, la Zanicchi e gli altri assenti giustificati e non, che tra indennità e spese varie incassano più di 35 mila euro al mese, sono in ottima compagnia. Rispettando la tradizione, anche nella legislatura in corso gli eurodeputati italiani restano tra i più assenteisti d'Europa. Secondo i dati ufficiali del Parlamento europeo, che sul sito pubblica l'elenco dei presenti per ogni plenaria (e sono appena 60 l'anno), i nostri eletti sono rimasti a casa una volta su tre. 'L'espresso' ha preso in considerazione le sedute tenute a Strasburgo e a Bruxelles dal luglio 2004 al 15 gennaio 2009, parametrando le presenze anche in relazione al periodo in cui i deputati sono rimasti in carica: se secondo uno studio Acli nel periodo 1999-2004 l'Italia era fanalino di coda con il 69 per cento di presenze sul totale delle assemblee (i finlandesi, primi, sfioravano il 90 per cento; i francesi, benché penultimi, ci staccavano di 10 punti), nella legislatura corrente siamo migliorati di appena un punto. I calcoli non sono facili, anche perché i politici italiani considerano le aule europee poco più di un albergo: sui 78 parlamentari iniziali, solo 48 sono tuttora in carica. Trenta, quasi tutti i big, sono andati via in cerca di poltrone migliori, sostituiti dalle seconde file. Di questi, sei sono fuggiti dopo poche settimane, a loro volta rimpiazzati da altri peones. In tutto gli italiani che hanno bivaccato a Bruxelles sono 114, una truppa indisciplinata che è entrata e uscita dalle commissioni come se fosse in un autogrill.

Ancor più gravi delle assenze, sono i tassi scandalosi di produttività: 61 deputati non hanno mai presentato una relazione (che, a differenza delle inutili interrogazioni, sono testi 'legislativi' o 'di indirizzo'), e 17 non si sono mai scomodati ad aprire bocca in assemblea. I sei europarlamentari ciprioti, che guadagnano un quarto degli italiani, sono intervenuti più di tutti i 'fuggitivi' e i loro sostituti messi insieme. In totale un esercito silenzioso di 76 persone. La delegazione slovena, sette persone che prendono un terzo dei nostri eletti, ha portato a casa più relazioni e dichiarazioni di tutti i 36 italiani entrati a Strasburgo grazie agli avvicendamenti. Squadernando la classifica dei partiti, poi, si capisce perché i parlamentari del Pdl siano stati tra i pochi ad aver votato contro la proposta del radicale Marco Cappato, che costringerà nel futuro prossimo venturo le istituzioni a una maggiore trasparenza: se gli euroscettici della Lega non hanno rivali, grazie a un tasso di assenze medio del 43 per cento, i 'virtuosi' sono i Verdi, quelli di Sinistra democratica, i comunisti del Pdci e quelli di Rifondazione. Deputati diligenti che, a causa dello sbarramento al 4 per cento voluto da Berlusconi e Veltroni, alla tornata elettorale del 6 giugno rischiano il posto. A vantaggio di An, Forza Italia e Pd, partiti infarciti di fannulloni con percentuali di assenza che in qualche caso superano il 70 per cento.

domenica 8 febbraio 2009

Elezioni 2008: breve lista dei pregiudicati appena eletti in Parlamento

Elezioni 2008: breve lista dei pregiudicati appena eletti in Parlamento

(fonte: http://ilkebukkake.giovani.it/diari/2661015/elezioni_2008_breve_lista_dei_pregiudicati_appena_eletti_in_parlamento.html)

Cuffaro Salvatore, detto Totò, eletto al Senato in Sicilia per l'UDC: condannato in primo grado a 5 anni per favoreggiamento;

Romano Francesco Saverio, eletto alla Camera dei Deputati in Sicilia per l'UDC: indagato per concorso esterno in associazione mafiosa;

Mannino Calogero, eletto alla Camera dei Deputati in Sicilia per l'UDC: imputato davanti alla corte d'appello di Palermo per collusione con la mafia;

Firrarello Giuseppe, eletto al Senato in Sicilia per il PdL: condannato a 2 anni di reclusione per corruzione e turbativa d'asta, ora sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa;

D'Alì Antonio, eletto al Senato in Sicilia per il PdL: ex datore di lavoro del superlatitante Matteo Messina Denaro e accusato di aver voluto il suo traferimento;

Giudice Gaspare, eletto alla Camera dei Deputati in Sicilia per il PdL: assolto in primo grado dalle accuse di mafia anche se è accertato l'appoggio datogli da Cosa Nostra nel 1996 e, probabilmente, anche nel 2001;

Schifani Renato, eletto al Senato in Sicilia per il PdL: a lungo socio negli anni '80 dei "siculabrokers";

Crisafulli Vladimiro
, eletto al Senato in Sicilia per il PD: filmato il 19 Dicembre 2001 mentre discuteva, dopo averlo baciato sulla guancia, di appalti e favori con il boss di Enna, Raffaele Bevilacqua;

Maria Grazia fortugno Laganà, eletta alla Camera dei Deputati in Calabria per il PD: vedova di Francesco Fortugno, assassinato dai clan mafiosi, e sotto inchiesta per truffa ai danni dello Stato e infiltrazioni mafiose alla Asl di Locri;

De Gregorio Sergio, eletto al Senato in Campania per il PdL: indagato per riciclaggio dopo che sono stati scoperti suoi assegni in mano a Rocco Cafiero, un contrabbandiere considerato organico al clan Nuvoletta;

Landolfi Mario, eletto alla Camera dei Deputati in Campania per il PdL: ex ministro delle comunicazioni, è accusato di corruzione e truffa "con l'aggravante di aver commesso il fatto per agevolare il clan mafioso La Torre;

Mentre entra nelle aule parlamentari anche la moglie di Emilio Fede, rimangono fuori Rita Borsellino e l'ex presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione.

martedì 3 febbraio 2009

Roma, imprese in crescita: fino a quando?

02/02/2009 M.Causi
Roma, imprese in crescita: fino a quando?
I dati anagrafici sulle imprese di fonte Unioncamere-Cerved resi noti oggi da Il Sole 24 Ore confermano che l´area romana ha strutturalmente rafforzato, nel corso degli ultimi anni, la sua attrattività.
Roma è diventata la prima area del paese per numero di imprese, scavalcando Milano in testa alla graduatoria. Fra il 2005 e il 2008 Roma è l´area in cui il numero di imprese è cresciuto più che in ogni altra città italiana (+45 mila contro +10 mila a Milano). Inoltre, Roma è in testa alla classifica dei trasferimenti: il saldo fra imprese arrivate a Roma e imprese partite è di 1.601, mentre in generale nelle altre grandi città questo saldo è negativo (-1.066 a Milano).
Dati così significativi vanno riportati a fenomeni di lungo periodo, e permettono di commentare lo sviluppo urbano di Roma al di là delle fibrillazioni quotidiane della politica. Si tratta, infatti, di risultati raggiunti durante un quindicennio lungo il quale la comunità cittadina di Roma ha perseguito due importanti obiettivi.
Primo, quello di diversificare il tessuto produttivo della città, rafforzando alcune tradizionali specializzazioni (turismo, cultura e beni culturali, cinema e audiovisivo, aerospaziale) e investendo su nuove filiere (ricerca e sviluppo, servizi avanzati alle imprese, informatica e software, piccole e medie imprese dell´artigianato industriale). Secondo, quello di creare un contesto favorevole allo sviluppo e all´attrattività attraverso politiche locali di concertazione e di condivisione, che hanno coinvolto tutti gli attori sociali, nonché attraverso un grande sforzo di investimento nei servizi e nelle infrastrutture pubbliche, in primo luogo le metropolitane.
Tutto ciò è avvenuto attraverso un progetto e un impegno quotidiano di una classe dirigente diffusa, dalle Università alle imprese, dalle organizzazioni sindacali alla Camera di Commercio e alle istituzioni locali, e in primo luogo al Comune della Città Capitale guidato prima da Rutelli e poi da Veltroni.
C´è da domandarsi, oggi, se la città sia in grado di esprimere la stessa capacità progettuale degli anni passati. Si tratta infatti di stringere i ranghi per limitare gli effetti della crisi mondiale e nazionale. E di selezionare le sfide del futuro, a partire da quelle della sostenibilità dello sviluppo, della sua diffusione territoriale su scala metropolitana e regionale, della riduzione delle aree di disagio sociale, soprattutto di quelle legate alle eccessive disuguaglianze e alla difficoltà di accesso a beni primari come la casa.
C´è da sperare, allora, che rapidamente la cultura dei veti incrociati sia superata aprendo ad una soluzione della vicenda della Camera di Commercio, con una conferma delle scelte e delle linee perseguite negli ultimi quindici anni: d´altra parte, i numeri della crescita delle imprese romane sono il migliore indicatore della bontà di quegli indirizzi.
E c´è da sperare che altrettanto rapidamente la "cultura del no" (no al Piano regolatore, no alla Città dei bambini sulla Cristoforo Colombo, no alle torri dell´Eur, no alla Città dello Sport, no ai parcheggi, e via seguitando a cancellare la progettualità ereditata dalle precedenti amministrazioni) ceda il passo ad una cultura strategica capace di riunificare la città di fronte alle imponenti sfide del presente e del futuro. A proposito: che fine ha fatto la Commissione Marzano? A quando qualche lume da quell´importante consesso di intelligenze?