Napoli: arrestati due assessori. Coinvolti parlamentari
NAPOLI (Reuters) - Gli uomini della Direzione investigativa antimafia (Dia) e i carabinieri di Caserta hanno eseguito stamattina 13 ordinanze di custodia cautelare, delle quali 12 ai domiciliari e una in carcere, nell'ambito dell'inchiesta condotta dalla procura di Napoli sulla gestione degli appalti comunali, arrestando, fra gli altri, quattro fra assessori ed ex assessori della giunta partenopea.
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Lo hanno riferito fonti investigative, precisando che l'unica persona condotta in carcere è l'imprenditore Alfredo Romeo, al centro dell'indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia guidata da Franco Roberti sulla delibera "Global Service" approvata dal Comune, dopo settimane di continue indiscrezioni che avevano spinto esponenti dello stesso Pd a chiedere al sindaco Rosa Russo Iervolino, l'azzeramento della giunta.
Il sindaco non ha per ora rilasciato commenti.
Le ipotesi d'accusa sono, a vario titolo e per i diversi indagati, associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d'asta, alla corruzione e all'abuso d'ufficio.
L'indagine, dicono le fonti, coinvolge anche due parlamentari in carica, per i quali non è stata però richiesta alcuna misura cautelare. Si tratta di Italo Bocchino, vicepresidente vicario del gruppo Pdl alla Camera, e Renzo Lusetti, deputato del Pd.
Non è stato possibile al momento raggiungere i due parlamentari per un commento.
Fra gli arrestati, oltre all'imprenditore e ai quattro fra assessori ed ex assessori comunali, anche un ex provveditore alle Opere pubbliche della provincia di Napoli, Mario Mautone, attualmente con un incarico ministeriale alle Opere Pubbliche, e un colonnello della Gdf, ex appartenenente alla Dia.
I due assessori in carica arrestati sono Felice Laudadio e Ferdinando di Mezza, rispettivamente all'Edilizia e al Patrimonio, mentre i due ex componenti della giunta sono Enrico Cardillo, già assessore al Bilancio dimessosi a fine novembre e Giuseppe Gambale, ex assessore alle Scuole.
La procura, hanno detto ancora le fonti, aveva richiesto una misura anche nei confronti dell'ex assessore comunale alla Protezione Civile Giorgio Nugnes, arrestato il 6 ottobre insieme ad altre 36 persone nell'ambito dell'inchiesta sui disordini a Pianura contro la riapertura della discarica e suicidatosi a casa sua il 29 novembre scorso.
Dopo la notizia degli arresti, un gruppo di cittadini, che hanno detto di essersi riuniti grazie al sito web Facebook, hanno protestato sotto la sede del Municipio, con cartelli con su scritto "la legge è uguale per tutti" e "basta a questa politica di livello basso-lino".
Tra i manifestanti anche Raffaele Bruno del movimento sociale, che gridava con un megafono "Iervolino dimettiti! Il tuo tempo è scaduto".
Auspicando la 'rivoluzione democratica' non pensiamo alle armi e nemmeno alla rivolta di piazza, ma ad una forte e continua pressione popolare, sempre meglio organizzata ( questo sì !), visto che - anche se non tutti, ad oggi, lo avvertono- da tempo non ci troviamo più in condizioni di normale svolgimento della vita democratica.
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mercoledì 17 dicembre 2008
martedì 16 dicembre 2008
Tangenti sul petrolio, coinvolto Deputato parlamentare
Tangenti sul petrolio in Basilicata,finisce in carcere l'ad di Total Italia
Coinvolto anche il deputato del Pd Salvatore Margiotta, per il quale sono stati richiesti gli arresti domiciliari
ROMA - L'amministratore delegato di Total Italia, Lionel Levha, è stato arrestato nell'ambito di un'inchiesta della procura di Potenza per tangenti sugli appalti per l'estrazione di petrolio in Basilicata. Nella vicenda è coinvolto anche il deputato del Pd, Salvatore Margiotta, vicepresidente della commissione Ambiente di Montecitorio, per il quale sono stati disposti gli arresti domiciliari. La misura di detenzione domiciliare per il parlamentare potrà, tuttavia, essere eseguita solo se la Camera dei Deputati darà l'autorizzazione. La relativa richiesta è stata presentata martedì mattina.
ANCHE «ULTIMO» IN CAMPO - Le misure cautelari - in carcere per alcune persone, agli arresti domiciliari per altre - sono state disposte dal gip di Potenza Rocco Pavese, su richiesta del pm Henry John Woodcock, ed eseguite da carabinieri del Noe guidati dal tenente colonnello Sergio De Caprio (il «Capitano Ultimo» che arrestò Totò Riina) e personale della squadra mobile di Potenza, diretta da Barbara Strappato.
GLI ARRESTI - Gli arresti sono stati fatti in gran parte a Roma, con la collaborazione della squadra mobile della Capitale e della polizia municipale di Potenza. La custodia in carcere riguarda, oltre all'ad di Total Levha, anche Jean Paul Juguet, responsabile Total del progetto «Tempa Rossa» (così si chiama uno tra i più grandi giacimenti petroliferi della Basilicata), attualmente all'estero; Roberto Pasi, responsabile dell'ufficio di rappresentanza lucano della Total; e un suo collaboratore, Roberto Francini. È stata anche disposta la detenzione in carcere dell'imprenditore Francesco Ferrara, di Policoro (Matera), e del sindaco di Gorgoglione (Matera) Ignazio Tornetta. Arresti domiciliari, invece, oltre che per l'on. Margiotta, anche per altre tre persone, e obbligo di dimora per altri cinque indagati. I reati contestati, diversi da persona a persona, sono associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d'asta (con riferimento specifico agli appalti dei lavori per le estrazioni petrolifere), corruzione e concussione. Il gip ha inoltre disposto varie perquisizioni, che sono tuttora in corso, e il sequestro di numerose società.
Salvatore Margiotta, deputato del Pd
Salvatore Margiotta, deputato del Pd
LE ACCUSE AL DEPUTATO - L'on. Margiotta, deve rispondere di una somma che l'imprenditre Francesco Ferrara gli avrebbe promesso in cambio di un interessamento del parlamentare e di una sua azione a proprio favore. Secondo il pm Woodcock, in particolare, Margiotta avrebbe fatto valere il suo potere e la sua influenza di parlamentare e di leader del Partito democratico della Basilicata per favorire l'aggiudicazione degli appalti alla cordata capeggiata da Ferrara. In questo senso si sarebbe impegnato a fornire informazioni privilegiate al gruppo di imprenditori e a fare pressioni sui dirigenti della Total, società titolare di una delle concessioni per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi della Val d'Agri.
E QUELLE AL SINDACO - Sempre secondo le accuse, il sindaco di Gorgoglione, Ignazio Giovanni Tornetta, avrebbe ricevuto periodiche «dazioni» di denaro in contanti, doni ed elargizioni varie, oltre a un non meglio definito «oggetto prezioso» per la sua attività di intermediazione tra i manager della Total e la cordata di imprenditori interessata agli appalti del petrolio. Tornetta è alla guida di uno dei Comuni in cui ricadono i giacimenti petroliferi lucani: secondo l'accusa, avrebbe ricevuto più volte somme di denaro dall'imprenditore Francesco Ferrara per la sua attività di mediazione illecita; lo stesso Ferrara, inoltre, avrebbe promesso di affidare ad una società di fatto gestita dal sindaco il servizio mensa per gli operai della sua impresa. Destinatario di un provvedimento di arresti domiciliari è invece Domenico Pietrocola, dirigente dell'Ufficio tecnico della Provincia di Matera, che - sostiene l'accusa - si sarebbe fatto dare da Ferrara 200mila euro nell'ambito di un appalto per lavori stradali in Basilicata.
Coinvolto anche il deputato del Pd Salvatore Margiotta, per il quale sono stati richiesti gli arresti domiciliari
ROMA - L'amministratore delegato di Total Italia, Lionel Levha, è stato arrestato nell'ambito di un'inchiesta della procura di Potenza per tangenti sugli appalti per l'estrazione di petrolio in Basilicata. Nella vicenda è coinvolto anche il deputato del Pd, Salvatore Margiotta, vicepresidente della commissione Ambiente di Montecitorio, per il quale sono stati disposti gli arresti domiciliari. La misura di detenzione domiciliare per il parlamentare potrà, tuttavia, essere eseguita solo se la Camera dei Deputati darà l'autorizzazione. La relativa richiesta è stata presentata martedì mattina.
ANCHE «ULTIMO» IN CAMPO - Le misure cautelari - in carcere per alcune persone, agli arresti domiciliari per altre - sono state disposte dal gip di Potenza Rocco Pavese, su richiesta del pm Henry John Woodcock, ed eseguite da carabinieri del Noe guidati dal tenente colonnello Sergio De Caprio (il «Capitano Ultimo» che arrestò Totò Riina) e personale della squadra mobile di Potenza, diretta da Barbara Strappato.
GLI ARRESTI - Gli arresti sono stati fatti in gran parte a Roma, con la collaborazione della squadra mobile della Capitale e della polizia municipale di Potenza. La custodia in carcere riguarda, oltre all'ad di Total Levha, anche Jean Paul Juguet, responsabile Total del progetto «Tempa Rossa» (così si chiama uno tra i più grandi giacimenti petroliferi della Basilicata), attualmente all'estero; Roberto Pasi, responsabile dell'ufficio di rappresentanza lucano della Total; e un suo collaboratore, Roberto Francini. È stata anche disposta la detenzione in carcere dell'imprenditore Francesco Ferrara, di Policoro (Matera), e del sindaco di Gorgoglione (Matera) Ignazio Tornetta. Arresti domiciliari, invece, oltre che per l'on. Margiotta, anche per altre tre persone, e obbligo di dimora per altri cinque indagati. I reati contestati, diversi da persona a persona, sono associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d'asta (con riferimento specifico agli appalti dei lavori per le estrazioni petrolifere), corruzione e concussione. Il gip ha inoltre disposto varie perquisizioni, che sono tuttora in corso, e il sequestro di numerose società.
Salvatore Margiotta, deputato del Pd
Salvatore Margiotta, deputato del Pd
LE ACCUSE AL DEPUTATO - L'on. Margiotta, deve rispondere di una somma che l'imprenditre Francesco Ferrara gli avrebbe promesso in cambio di un interessamento del parlamentare e di una sua azione a proprio favore. Secondo il pm Woodcock, in particolare, Margiotta avrebbe fatto valere il suo potere e la sua influenza di parlamentare e di leader del Partito democratico della Basilicata per favorire l'aggiudicazione degli appalti alla cordata capeggiata da Ferrara. In questo senso si sarebbe impegnato a fornire informazioni privilegiate al gruppo di imprenditori e a fare pressioni sui dirigenti della Total, società titolare di una delle concessioni per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi della Val d'Agri.
E QUELLE AL SINDACO - Sempre secondo le accuse, il sindaco di Gorgoglione, Ignazio Giovanni Tornetta, avrebbe ricevuto periodiche «dazioni» di denaro in contanti, doni ed elargizioni varie, oltre a un non meglio definito «oggetto prezioso» per la sua attività di intermediazione tra i manager della Total e la cordata di imprenditori interessata agli appalti del petrolio. Tornetta è alla guida di uno dei Comuni in cui ricadono i giacimenti petroliferi lucani: secondo l'accusa, avrebbe ricevuto più volte somme di denaro dall'imprenditore Francesco Ferrara per la sua attività di mediazione illecita; lo stesso Ferrara, inoltre, avrebbe promesso di affidare ad una società di fatto gestita dal sindaco il servizio mensa per gli operai della sua impresa. Destinatario di un provvedimento di arresti domiciliari è invece Domenico Pietrocola, dirigente dell'Ufficio tecnico della Provincia di Matera, che - sostiene l'accusa - si sarebbe fatto dare da Ferrara 200mila euro nell'ambito di un appalto per lavori stradali in Basilicata.
Pescara, arrestato il sindaco pd
Tra le accuse corruzione e truffa
D'Alfonso è anche segretario regionale. Altri 35 indagati tra i quali Carlo Toto (AirOne)
MILANO — Per il Partito democratico è stata una giornata da cancellare. Non bastava il crollo (-16%) alle elezioni regionali in Abruzzo. Nella notte è arrivata anche un'altra pessima notizia: l'arresto (ai domiciliari) del sindaco di Pescara nonché segretario regionale del Pd, Luciano D'Alfonso. Le accuse: associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla concussione, truffa, falso e peculato. Con lui sono ai domiciliari per gli stessi reati anche il suo braccio destro e dirigente comunale Guido Dezio e l'imprenditore Massimo De Cesaris.
Ma le sorprese da Pescara non finiscono qui. Fra gli indagati (una decina) di questa nuova bufera giudiziaria (partita da un appalto per i servizi cimiteriali della città) ce n'è uno eccellente: Carlo Toto, il presidente di AirOne. Gli contestano il reato di corruzione e il corrotto, secondo la procura, sarebbe proprio il sindaco della città.
A inguaiare il patron della compagnia aerea sarebbe stata una delibera che alla fine non è nemmeno stata approvata e che riguardava l'appalto per la gestione di un'area antistante la stazione ferroviaria. Un tempo la stazione pescarese era 100-200 metri più a monte rispetto all'attuale posizione. Quando fu spostata rimase libera un'enorme superficie da utilizzare come parcheggio che Carlo Toto, costruttore oltre che presidente dell'AirOne, avrebbe dovuto gestire. Ma all'ultimo momento, secondo la ricostruzione del pubblico ministero Gennaro Varone, la delibera fu modificata (non si sa bene da chi) e l'area data in appalto a Toto con quella modifica sarebbe diventata «l'area di risulta e zone limitrofe ». Praticamente l'imprenditore avrebbe avuto la disponibilità di una zona centrale non prevista negli accordi originari. Il documento fu bocciato «con la fiera opposizione della stessa maggioranza » dicono in procura. Ma intanto al sindaco — scrive il pubblico ministero nella sua richiesta di ordinanza firmata da gip Luca De Ninis — sarebbero state pagate migliaia di cene elettorali, Carlo Toto gli avrebbe messo a disposizione un aereo per i movimenti suoi e dei suoi familiari ai quali avrebbe fatto avere anche biglietti gratis e la disponibilità di un'auto con autista. Insomma: uno scambio di favori che il procuratore capo Nicola Trifuoggi ha visto come accordi di una corruzione in corso.
Se non ci fosse stato il voto anticipato — necessario dopo l'arresto di Ottaviano Del Turco (l'estate scorsa) e la caduta della giunta — sarebbe stato proprio il sindaco D'Alfonso, grande rivale di Del Turco, il candidato pd alla guida della Regione. Ma le speranze di un futuro politico D'Alfonso le ha perdute da un pezzo se già settimana scorsa, dopo voci insistenti su un suo coinvolgimento in un'inchiesta, si era presentato in procura per spontanee dichiarazioni. Aveva con sé la lettera di dimissioni da tutti gli incarichi politici. L'avrebbe depositata oggi.
Giusi Fasano
16 dicembre 2008
D'Alfonso è anche segretario regionale. Altri 35 indagati tra i quali Carlo Toto (AirOne)
MILANO — Per il Partito democratico è stata una giornata da cancellare. Non bastava il crollo (-16%) alle elezioni regionali in Abruzzo. Nella notte è arrivata anche un'altra pessima notizia: l'arresto (ai domiciliari) del sindaco di Pescara nonché segretario regionale del Pd, Luciano D'Alfonso. Le accuse: associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla concussione, truffa, falso e peculato. Con lui sono ai domiciliari per gli stessi reati anche il suo braccio destro e dirigente comunale Guido Dezio e l'imprenditore Massimo De Cesaris.
Ma le sorprese da Pescara non finiscono qui. Fra gli indagati (una decina) di questa nuova bufera giudiziaria (partita da un appalto per i servizi cimiteriali della città) ce n'è uno eccellente: Carlo Toto, il presidente di AirOne. Gli contestano il reato di corruzione e il corrotto, secondo la procura, sarebbe proprio il sindaco della città.
A inguaiare il patron della compagnia aerea sarebbe stata una delibera che alla fine non è nemmeno stata approvata e che riguardava l'appalto per la gestione di un'area antistante la stazione ferroviaria. Un tempo la stazione pescarese era 100-200 metri più a monte rispetto all'attuale posizione. Quando fu spostata rimase libera un'enorme superficie da utilizzare come parcheggio che Carlo Toto, costruttore oltre che presidente dell'AirOne, avrebbe dovuto gestire. Ma all'ultimo momento, secondo la ricostruzione del pubblico ministero Gennaro Varone, la delibera fu modificata (non si sa bene da chi) e l'area data in appalto a Toto con quella modifica sarebbe diventata «l'area di risulta e zone limitrofe ». Praticamente l'imprenditore avrebbe avuto la disponibilità di una zona centrale non prevista negli accordi originari. Il documento fu bocciato «con la fiera opposizione della stessa maggioranza » dicono in procura. Ma intanto al sindaco — scrive il pubblico ministero nella sua richiesta di ordinanza firmata da gip Luca De Ninis — sarebbero state pagate migliaia di cene elettorali, Carlo Toto gli avrebbe messo a disposizione un aereo per i movimenti suoi e dei suoi familiari ai quali avrebbe fatto avere anche biglietti gratis e la disponibilità di un'auto con autista. Insomma: uno scambio di favori che il procuratore capo Nicola Trifuoggi ha visto come accordi di una corruzione in corso.
Se non ci fosse stato il voto anticipato — necessario dopo l'arresto di Ottaviano Del Turco (l'estate scorsa) e la caduta della giunta — sarebbe stato proprio il sindaco D'Alfonso, grande rivale di Del Turco, il candidato pd alla guida della Regione. Ma le speranze di un futuro politico D'Alfonso le ha perdute da un pezzo se già settimana scorsa, dopo voci insistenti su un suo coinvolgimento in un'inchiesta, si era presentato in procura per spontanee dichiarazioni. Aveva con sé la lettera di dimissioni da tutti gli incarichi politici. L'avrebbe depositata oggi.
Giusi Fasano
16 dicembre 2008
venerdì 25 gennaio 2008
Mastella non ci sta.
Dopo mesi di arrampicamento sugli specchi, dopo aver smesso anche di sorridere sotto i colpi diretti ed affilati di Crozza, una sera d'inverno a Ballarò, Mastella trova oggi un nuovo orgoglio, dalla posizione privilegiata di parlamentare sotto accusa (colpa della moglie?): quello di chi si sente offeso dai propri compagni di viaggio, al governo, e dichiara con nochalance che - quindi - non gli piace più stare a sinistra, ora vuole andare a destra.
Mi sembra troppo comodo. Ma per voi è accettabile avere un dipendente così?
Mi sembra troppo comodo. Ma per voi è accettabile avere un dipendente così?
martedì 31 luglio 2007
Cesare Previti
Tutti ne sentiamo parlare, ma quanti sanno esattamente in cosa consiste? Qui un breve spunto, tratto da un articolo de La Repubblica. (il link nel titolo)
La vicenda Lodo-Mondadori. Tutto comincia il 21 giugno del 1990, con la pubblicazione del lodo arbitrale che avrebbe dovuto risolvere la lotta allora in corso per la conquista del gruppo Mondadori-L'espresso. A contenderselo erano l'ingegner Carlo de Benedetti, che ne era solo in parte azionista, e Silvio Berlusconi che nella corsa appoggiava la famiglia Formenton-Mondadori. Il lodo risultò favorevole a De Benedetti, che a quel punto avrebbe dovuto rilevare la maggioranza della Mondadori. Tuttavia i Formenton ricorsero in appello a Roma e il 24 gennaio 1991 ottennero l'annullamento del lodo. Relatore della sentenza era il giudice Metta, a cui era stato girato un pagamento proveniente da un conto estero della Fininvest e transitato su un conto di Previti. Come conseguenza di tale decisione, nell'aprile del 1991, dopo l'annullamento del lodo la Cir di De Benedetti fu costretta ad accettare un piano di spartizione del gruppo Mondadori corrispondendo a fininvest un conguaglio di 365 miliardi di lire. A Berlusconi andò la casa editrice, più i periodici e i libri, a De Benedetti andarono L'espresso, la Repubblica e Finegil.
Lodo Mondadori, confermata in Cassazione la condanna di Previti a un anno e mezzo
La vicenda Lodo-Mondadori. Tutto comincia il 21 giugno del 1990, con la pubblicazione del lodo arbitrale che avrebbe dovuto risolvere la lotta allora in corso per la conquista del gruppo Mondadori-L'espresso. A contenderselo erano l'ingegner Carlo de Benedetti, che ne era solo in parte azionista, e Silvio Berlusconi che nella corsa appoggiava la famiglia Formenton-Mondadori. Il lodo risultò favorevole a De Benedetti, che a quel punto avrebbe dovuto rilevare la maggioranza della Mondadori. Tuttavia i Formenton ricorsero in appello a Roma e il 24 gennaio 1991 ottennero l'annullamento del lodo. Relatore della sentenza era il giudice Metta, a cui era stato girato un pagamento proveniente da un conto estero della Fininvest e transitato su un conto di Previti. Come conseguenza di tale decisione, nell'aprile del 1991, dopo l'annullamento del lodo la Cir di De Benedetti fu costretta ad accettare un piano di spartizione del gruppo Mondadori corrispondendo a fininvest un conguaglio di 365 miliardi di lire. A Berlusconi andò la casa editrice, più i periodici e i libri, a De Benedetti andarono L'espresso, la Repubblica e Finegil.
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