giovedì 18 novembre 2010

Lo sai quanto vale il tuo voto?

E' aperta la caccia. E non solo ai parlamentari in fuga, ma anche a tutti noi.
Avanti amici, non temete, nessuno vi farà offerte da 500mila euro, tutt'altro. Vi inviteranno a chiudere gli occhi e mettere un croce qui o li, tutto molto comodo, neanche c'è bisogno di saper leggere, ecco qui, vedi? Dove sta questo disegnino.

Caccia aperta per ogni singolo voto che si riesca a catturare e noi, in questi giorni, noi elettori inconsapevoli di quanto valga il nostro voto, saliamo al rango di "vacche sacre", lasciando le vesti di mucche da mungere cui tanto torneremo subito dopo le elezioni, sonnecchiando nelle nostre piccole stalle.

Non vale niente il tuo voto, ecco tutto.

Non darà adito ad una scelta democratica, a meno che tu non stia militando fittamente tra le maglie di un partito, determinato a non farti sopraffare da chi comunque - in questi giorni sicuramente - è sopra di te e, nonostante tu non l'abbia  mai visto per un anno e mezzo, oggi ti manda sms molto simpatici assicurandoti che inseme si farà un gran lavoro. In tal caso dovrai sopraffare tu, perchè "questa è la politica bellezza!" (ma non è vero).

Vediamo a quale voto stiamo avvicinandoci, quindi, con la legge Calderoli/porcellum:
  • Abolizione dei collegi uninominali: vale a dire che in ciascun collegio le liste elettorali (partiti o coalizioni) presentavano ciascuna il nome di un solo candidato (da qui l'aggettivo uninominale) e veniva eletto il candidato associato alla lista che ottiene la maggioranza dei voti. Quindi, oggi, candidature multiple, per cui ogni candidato può essere capolista in diversi collegi e poi scegliere dove gli conviene di più collocarsi, e decidere dunque, dopo le elezioni, a chi lasciare il suo posto, senza che nessuno abbia eletto questi prescelti.
  • Liste bloccate: con l'attuale sistema, replicante quello in vigore per la quota proporzionale prevista dal precedente Mattarellum, l'elettore si limita a votare solo per delle liste di candidati, senza la possibilità, a differenza di quanto si verifica per le elezioni europee, regionali e comunali, d'indicare preferenze. L'elezione dei parlamentari dipende quindi completamente dalle scelte e dalle graduatorie stabilite dai partiti.
  • Premio di maggioranza: viene garantito un minimo di 340 seggi alla Camera dei deputati alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti - e senza alcun bisogno di raggiungere un quorum neanche minimo, come quanto meno prevedeva la legge Acerbo che aprì la strada al fascismo nel 1926 o la legge truffa del 1953. Per il Senato, il premio di maggioranza è invece garantito su base regionale (^ Obbligo imposto dall'art.57 comma 1 della Costituzione italiana) in modo da assicurare alla coalizione vincente in una determinata regione almeno il 55% dei seggi ad essa assegnati.
  • Programma elettorale e capo della forza politica: la legge prevede l'obbligo, contestualmente alla presentazione dei simboli elettorali, per ciascuna forza politica di depositare il proprio programma e di indicare il proprio capo. che però, badate bene non è necessariamente il leader destinato a fare il Presidente del Consiglio, ma semplicemente il capo della lista. IN ITALIA infatti come è noto IL PREMIER NON ESISTE e nemmeno la sua elezione diretta.
  • Coalizioni: la legge prevede la possibilità di apparentamento reciproco fra più liste, raggruppate così in coalizioni. Il programma ed il capo della forza politica, in caso di coalizione, devono essere unici: in questo caso viene assunta la denominazione di Capo della coalizione. Egli tecnicamente non è candidato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, poiché spetta al Presidente della Repubblica la nomina a quell'incarico. Allora domandiamoci: "perchè sui simboli veniva consentito di pubblicizzare "Silvio - presidente"?
  • Soglie di sbarramento: per ottenere seggi alla Camera, ogni coalizione deve ottenere almeno il 10% dei voti nazionali; per quanto concerne le liste non collegate la soglia minima viene ridotta al 4%. La stessa soglia viene applicata alle liste collegate ad una coalizione che non ha superato lo sbarramento. Le liste collegate ad una coalizione che abbia superato la soglia prescritta, partecipano alla ripartizione dei seggi se superano il 2% dei voti, o se rappresentano la maggiore delle forze al di sotto di questa soglia all'interno della stessa (il cosiddetto miglior perdente). Al Senato le soglie di sbarramento (da superare a livello regionale) sono pari al 20% per le coalizioni, 3% per le liste coalizzate, 8% per le liste non coalizzate e per le liste che si sono presentate in coalizioni che non abbiano conseguito il 20%.
  • Minoranze linguistiche: le liste delle minoranze linguistiche riconosciute coalizzate o non, potranno comunque accedere al riparto dei seggi per la Camera dei Deputati ma devono ottenere almeno il 20% dei voti nella circoscrizione in cui concorrono. Per il Senato della Repubblica è stato previsto che 6 dei 7 seggi spettanti al Trentino-Alto Adige siano assegnati tramite collegi uninominali, mantenendo in quest'unica Regione il meccanismo previsto dal previgente Mattarellum.
 Quindi ci accingiamo a votare per:
- candidati decisi dai segretari dei partiti
- liste probabilmente appartenenti a partiti che non sono il nostro (io magari voto radicale e mi ritrovo con un capo del PD)
- partiti piccoli che magari per un decimo di percentuale non superano lo sbarramento (sapete quanto fa il 3,9% di 47milioni di elettori? 1.833.000 elettori che non avranno rappresentanza. Se per esempio fossero 5 i partiti che vogliono proporre un proprio programma e candidati senza dover subire quelli di un altro partito, sarebbero 9.165.000 italiani senza rappresentanza.)

Mettiamoci una croce, su.

mercoledì 17 novembre 2010

Taxi time. Tanto per sapere

Scrive Maria Gemma Azuni di Sinistra, Ecologia e Libertà (Gruppo Misto), sul suo blog
"Il Consiglio Comunale continua ad essere paralizzato dalla questione taxi, tanto cara al Sindaco da farlo scendere direttamente in campo e da  far sì che l’Assemblea capitolina, invece di occuparsi delle numerose e più gravi incombenze, sia di continuo aggiornata per definire l’annosa questione dell’aumento delle tariffe, su cui peraltro neanche tutta la categoria dei tassisti è concorde. 
 Prendiamo atto che una intera categoria puo’ bloccare la vita politica di una città, visto che anche oggi l’Assemblea è aggiornata sul medesimo tema, grazie alla mancanza del numero legale, strategica, decisa dalla maggioranza nella seduta di ieri.
Chiedo al Sindaco un sussulto di dignità istituzionale, di non incaponirsi nel combattere una battaglia così cara per la pelle dei consumatori per accontentare una lobby evidentemente potentissima, e di consentire all’Assemblea di potersi occupare delle più urgenti questioni che interessano la città.
 Al Sindaco ricordo che se la questione è di giustizia sociale, come egli afferma rammentando che le tariffe taxi sono ferme al 2006, di prendere a cuore anche la questione buoni pasto dei dipendenti capitolini, fermi alla ridicola cifra di poco più di 5 euro da un numero ben più numeroso di anni."

E mentre Umberto Marroni (PD) dichiara "La forzatura di oggi sulla delibera dei taxi da parte della Giunta Alemanno e' una forzatura sulla citta', una cambiale pagata dalla destra a caro prezzo per i romani. La delibera in discussione in queste ore presenta tra l'altro un vizio di forma rendendo del tutto illegitima la nomina della Commissione effettuata dall'assessore Marchi qualche settimana fa perche' nel dispositivo infatti si demanda alla giunta la nomina della commissione solo quindi una volta approvata in assemblea capitolina la delibera stessa''. 
Secondo Athos De Luca (PD) a far precipitare la situazione  sarebbe stato il grande raduno pre elettorale per le regionali, svoltosi al parcheggio del Pincio, dove il sindaco e la Polverini promisero ai tassisti l'aumento delle tariffe e la guerra ai loro concorrenti degli Ncc.

Antonello Aurigemma (PDL) insieme ad altri 7 consiglieri PDL, esprime invece forti perplessità su una misura impopolare come la «stangata» taxi, che prevede - lo ricordiamo -  aumenti delle tariffe più contenuti (non superiori al 10%) rispetto a quanto richiesto dai tassisti, in cambio di sgravi e incentivi di vario genere  a cominciare dalla possibilità di fare rifornimento di carburante nei depositi Atac a prezzi scontati.


"Si apre una settimana decisiva per le tariffe dei taxi. Aumenti medi del 28% con picchi del 40% per i tragitti brevi, saranno una stangata per cittadini e turisti. A Roma ci sono 7523 taxi, cioe' 2,8 vetture ogni 1000 abitanti, a New York ce ne sono 5,6 ogni mille abitanti, cioe' esattamente il doppio. 
 Da considerare che la metropoli americana ha una rete metropolitana di 368 km mentre Roma ne ha 36, cioe' un decimo, ottima occasione, quindi, per integrare il servizio pubblico di linea con quello dei taxi, cosi' da aumentare il servizio di trasporto per cittadini e turisti. 
Invece, il sindaco Gianni Alemanno paga il pegno delle promesse elettorali ai tassisti fregandosene dei romani e degli stranieri. Il taxi si configurera', cosi', sempre piu' come un mezzo di lusso e non come integrazione al trasporto pubblico, il che non fara' aumentare il numero delle corse. Proprio non entra nella testa di Alemanno che piu' taxi a buon mercato migliorano la vita dei cittadini e fanno entrare piu' soldi nelle tasche dei tassisti."

LA VOCE DELLA CATEGORIA:

Alla base di tutto va menzionato Loreno Bittarelli, già Presidente della Cooperativa Radiotaxi 3570
della Capitale, e da febbraio di quest'anno confermato Presidente della URI la struttura sindacale che, nata nel 2005, associa oggi 35 strutture Radiotaxi, che contano complessivamente oltre 10.000 tassisti associati nelle principali città italiane come: Bari, Bologna, Brescia, Bologna Bolzano, Cagliari, Catania, Ferrara, Firenze, Milano, Napoli, Palermo, Parma, Pisa, Perugia, Prato, Roma, Torino e Trieste.

martedì 16 novembre 2010

Sul Partito d'Azione

Il Partito d'Azione dal 1853 al 1867

Il primo Partito d'Azione italiano fu fondato da Giuseppe Mazzini nel 1853. Tra i suoi obiettivi c'erano le elezioni a suffragio universale, la libertà di stampa e di pensiero, responsabilizzare i governi davanti al popolo.
Il partito sostenne le imprese di Garibaldi ma si sciolse in seguito alle sconfitte sull'Aspromonte (1862) e a Mentana (1867). I membri del partito, in seguito all'unità d'Italia, confluirono nella sinistra storica di Agostino Depretis.
Al partito d'azione mazziniano s'ispirarono in seguito il pensiero politico di Piero Gobetti e Carlo Rosselli, il Partito Repubblicano Italiano e il Partito d'Azione del 1942.

Il Partito d'Azione dal 1942 al 1947

Il Partito d'Azione rinacque nel luglio del 1942, riprendendo il nome del movimento politico risorgimentale fondato nel 1853 da Mazzini e sciolto nel 1870. Di orientamento radicale, repubblicano e socialista-moderato, ebbe vita breve e si sciolse nel 1947. I suoi membri furono chiamati "azionisti" e il suo organo ufficiale era "L'Italia libera".

Storia 

Prima della fondazione 

Le radici del partito vanno viste soprattutto nel movimento clandestino antifascista di Giustizia e Libertà, fondata dai fratelli Carlo e Nello Rosselli con l'intenzione di riunire tutto l'antifascismo non comunista e non cattolico, il quale si era riunito prevalentemente in Francia. Il movimento subì dure persecuzioni da parte della polizia fascista e dell'OVRA. Dopo la caduta di Mussolini e l'invasione nazista dell'Italia, i membri di Giustizia e Libertà organizzarono bande partigiane e parteciparono alla Resistenza con le brigate "Rosselli" e le brigate "Giustizia e Libertà". Il P.d'A. fu uno dei sette partiti del Comitato di Liberazione Nazionale.

Il governo Parri 

Finita la guerra, il P.d'A. partecipò alle trattative per la nascita di un governo d'unità nazionale che guidasse la ricostruzione democratica ed economica dell'Italia. Aderì quindi al governo Bonomi e nel giugno del 1945 ottenne addirittura la presidenza del Consiglio con Ferruccio Parri, presidente del partito e già vice-comandante del Corpo Volontari della Libertà. Fu questo il momento di massimo consenso e potere per il P.d'A, anche se già con la caduta del governo Parri nel novembre '45 iniziava l'inesorabile declino. In questo periodo, il partito cercò di ampliare la propria base con l'ingresso di intellettuali repubblicani, liberalsocialisti e radicali.

La concentrazione democratica e le elezioni del 1946 

Al primo congresso del febbraio 1946 emersero chiaramente le divisioni interne al P.d'A.: il partito approvò l'adesione alla costituenda Assemblea Costituente ma poi le divisioni fra le due correnti principali esplosero; la tendenza radical-democratica, guidata da Ugo La Malfa, dopo un acceso scontro verbale con Emilio Lussu, a capo della tendenza socialista, abbandonò il partito dando vita alla Concentrazione Democratica, che poi confluì nel Partito Repubblicano Italiano. La divisione fu un colpo duro per il P.d'A, che iniziò a dissolversi; le elezioni del 2 giugno 1946 furono un fallimento: ottenne solo l'1,5% dei voti e 7 eletti, che riuscirono a comporre un gruppo parlamentare Autonomista solo con l'apporto dei due eletti del Partito Sardo d'Azione e del valdostano Giulio Bordon.[1]

Lo scioglimento 

Un secondo congresso fu convocato ad aprile del 1947 con l'obiettivo di rilanciare il partito, ricucire lo strappo dei repubblicani e eleggere una nuova classe dirigente. I dissensi interni, legati a tematiche importanti come la partecipazione al governo De Gasperi II e ad altri temi, emersero nuovamente. Formato da una élite di intellettuali, privo di una strategia che riducesse il distacco con le masse che il risultato delle elezioni aveva messo in evidenza, il partito si sciolse. I suoi membri aderirono soprattutto al Partito socialista, altri al Partito Socialista Democratico Italiano o al Partito repubblicano, pochi altri entrarono nel Partito comunista. In seguito, alcuni di essi (per es. Valiani, Ernesto Rossi) furono fra i fondatori del Partito Radicale. In Sardegna, Emilio Lussu guidò gli scissionisti che uscirono dal Partito Sardo d'Azione verso l'adesione al Partito socialista. Negli ultimi anni, sono nate altre piccole formazioni, ispirate al P.d'A.

Ideologia 

Il partito si proponeva come scopo principale la realizzazione di un progetto di equità, accompagnato dalla giustizia sociale e dalla fede incrollabile nella democrazia e nella libertà. Aveva inoltre come ideali l'europeismo. Sentiva inoltre la necessità di costituire una formazione politica antifascista, a metà strada fra la Democrazia Cristiana definita immobilista, il Partito Socialista e i comunisti, con i quali gli azionisti discordavano riguardo la proprietà privata e, soprattutto, riguardo al concetto di dittatura del proletariato, identificato con la dittatura del partito. Comunque anche il Pd'A, almeno nella sua componente liberal-socialista, era molto distante dall'ideologia liberista e, nelle componenti più di sinistra come Trentin, Lussu, Foa, attraversato da visioni di socializzazioni parziali dei mezzi di produzione e democratizzazione del sistema produttivo, mentre la stragrande maggioranza del partito si espresse più volte in favore della nazionalizzazione dei complessi industriali e dei servizi pubblici come acqua, energia elettrica, autostrade, distribuzione di combustibili e riscaldamenti, gas.

I sette punti

Il 4 giugno 1942, durante la riunione costitutiva del partito, vengono elaborati i rinomati sette punti contenenti le indicazioni di massima di un futuro ordinamento riformatore;
Aderiscono al Partito d'Azione, dopo aver fondato nel 1943 il Movimento Federalista Europeo, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli. Il primo dei quali con la Liberazione nel 1945, in rappresentanza del Partito d'Azione, diventerà sottosegretario alla Ricostruzione nel Governo Parri e presidente dell'Arar (Azienda Rilievo Alienazione Residuati) fino al 1958.

venerdì 12 novembre 2010

Che succede al XIII Municipio?

Attori: Renzo Pallota, Assessore all’Urbanistica del XIII Municipio; Gianni Alemanno sindaco di Roma; Sandro Parnasi, Presidente di Parsitalia, realizzatore del centro commerciale Euroma2 all’EUR

I fatti:
L’11 novembre si discute in Consiglio Municipale XIII il “Progetto urbanistico Infernetto, aree servizi pubblici di livello urbano a compensazione – Monte Arsiccio e Tor Marancia”, ovvero 15 milioni di mc di cemento per realizzare, in quello che doveva essere il municipio marino di Roma, ma anche quello più ‘verde', dalla villetta monofamiliare nell’entroterra agli alberghi sul lungomare di Ostia, dal raddoppio del porto alla centralità Acilia-Madonnetta, dalle nuove 5 chiese ai vecchi impianti abusivi dei Mondiali di Nuoto Roma ‘09 ancora non terminati.

Renzo Pallotta è l'assessore che proprio un anno fa aveva dichiarato che "dal punto di vista urbanistico, non assisteremo più a colate di cemento che cadranno dall’alto bensì parteciperemo in modo costruttivo al futuro sviluppo di questo territorio”.

Parliamo di 200.000 mc di nuove case in cambio di 20 milioni di euro, per opere che avrebbe dovuto fare il Comune di Roma: un asilo nido, una scuola materna, un’elementare e una media, il sottopasso di Via C. Colombo all’altezza di Via Pindaro ("mai progettato dal Comune di Roma e tecnicamente impossibile per via dei canali di scolo paralleli alla Colombo e all’urbanizzazione dell’area, ma questo Pallotta non lo sa"  cit. da LabUr XIII). A chi sono affidati i lavori? A Sandro Parnasi, Presidente di Parsitalia, realizzatore del centro commerciale Euroma2 all’EUR.

A questo si aggiungono, nel quadrante ovest del XIII municipio, 250.000 mc di cemento della ‘Piccola Palocco’ concessi da Pallotta per la realizzazione di Mediapolis, un progetto di demolizione dello storico Drive-In sulla Colombo (nel punto dove verrà il sottopasso di Via Pindaro) per costruirci dentro un’arena per spettacoli, un centro commerciale e un edificio polivalente (sportivo, congressuale e del divertimento).

Nota tecnica: a Parnasi spetteranno lavori di compensazione anche per un’area di 11 ettari nel XIX Municipio inserita nel parco regionale “Insugherata” e quindi oggi non più edificabile.

Fonti:
 http://www.labur.eu/public/blog/?p=443 (Paula DeJesus - Urbanista)
http://www.ostiatv.com/ostiatv_wp/2009/11/25/la-giunta-del-xiii-municipio-esprime-il-suo-consenso-al-decentramento/

giovedì 11 novembre 2010

Il voto, la politica e la democrazia.


La democrazia è una conquista preziosa. 
È quella forma di convivenza sociale che ci rende in grado di pretendere che il governo lavori per il bene di tutti i cittadini, e non rappresenti invece gli interessi di una singola casta, lobby, porzione di territorio. La democrazia ha però contorni labili, punti di debolezza che ciascuno di noi deve farsi carico di difendere e purtroppo non può mai esser data per scontato. Non quando questo significa trascurarla e smettere di partecipare attivamente alla sua fortificazione, pensando che altri debbano pensarci. 

Milioni di italiani hanno smesso di partecipare. 

Milioni che non si presentano più alle urne o lo fanno per annullare rassegnati il proprio voto. Addirittura assisto alla nascita di movimenti per l’astensionismo attivo, come se una cosa totalmente passiva come il rinunciare a scegliere possa magicamente costituire in se una presa di posizione, o apportare un qualunque cambiamento o miglioramento all’oggetto delle nostre proteste.

E le proteste sono sempre quelle:
-         - la politica non conosce più etica,
-         - la politica pensa solo agli interessi della casta,
-         - in politica sono tutti uguali e tutti mangiano a nostre spese,
-         - la politica non è in grado di darci una giustizia giusta
e via dicendo. 

Alla base il vero cancro in grado di distruggere la democrazia, ovvero la pretesa che la “politica” sia altro da noi, che sia qualcosa di cui occuparsi il meno possibile, qualcosa di sporco da fare ogni cinque anni (se ci dice bene)“di nascosto” nell’antro riservato al nostro prezioso ma sempre meno efficace voto. 

Sappiamo tutti che non è così, che al contrario il voto rappresenta solo il tratto finale di un percorso in cui ciascuno di noi, nella sua veste di cittadino democratico, ha il dovere di chiedere, sapere, capire, riscontrare risultati all’operato del Governo e soprattutto capire quale scelta deve fare quando, alla fine di questo percorso, sarà chiamato a dare il proprio voto per confermare un governo o per cambiarlo con quello di altri.

Oggi parliamo della legge elettorale, di come si sia riusciti magicamente a trasformare questo nostro prezioso voto, per il quale in altri tempi non così lontani uomini e donne hanno dato la vita, spesso senza neanche avere il piacere di veder realizzato il proprio ideale,  in qualcosa di così superfluo e poco incisivo da convincere quei famosi milioni di italiani a rimanere a casa e non partecipare neanche più al rito del voto. 

Onestamente non so quale possa essere il sistema elettorale migliore in grado di assicurarci il governo più equilibrato. Ma sono certa invece che qualunque sistema elettorale sia del tutto inefficiente quando un terzo degli elettori ritiene che il governo non dipenda da se stessi, e so anche che i Padri Costituenti evitarono accuratamente – dopo essersi posti il dubbio se fosse giusto o no – di inserire una specifica legge elettorale (quella proporzionale, all'epoca) tra i dettami costituzionali, prevedendo che lo sviluppo della democrazia avrebbe preteso negli anni sistemi sempre più aderenti alla società che si sarebbe creata. 

 "Ogni legge elettorale" conclude Lussu "ha infatti un carattere fluttuante e può essere modificata anche dopo poco tempo dalla sua entrata in vigore. Quindi, il voler includere nella Costituzione il principio di un vasto sistema elettorale, che può essere cambiato, è un fatto che contrasta con la caratteristica della Costituzione... che deve sancire principi perenni"

Quei politici, che fino al giorno prima erano sulle montagne, normalissimi uomini e donne pronti a difendere con la vita l’ideale di una democrazia che non avevano mai conosciuto, erano eticamente ineccepibili,  orientati al bene di tutti i loro concittadini, pieni di differenze ideologiche tra loro, a muovere le loro azioni - differenze sottili ma pure necessarie sfaccettature, date dalla rispondenza ao ordini diversi di valori – dotati di un alto senso di giustizia, si posero il problema di cosa avremmo deciso noi, dopo 60  anni, per consentire a tutti di partecipare attivamente alla costruzione quotidiana della nostra Nazione.

A noi non è richiesta la vita, per occuparci di politica. Partiamo per lo meno dal tornare a rendere il nostro voto significativo.

martedì 9 novembre 2010

Legge di stabilità e decreto sviluppo

Si, lo so, sono ignorante.
Per questo, quando sento qualcosa di cui non capisco esattamente il significato grazie ad internet mi diverto a spulciarne le fonti.Ed oggi tocca all'argomento "legge di stabilità e decreto sviluppo" visto che Tremonti ha proposto di unificare questi strumenti.

La notizia:

«Oggi - ricorda Tremonti - il presidente del Consiglio all'assemblea del Pdl ha anticipato il testo del decreto che era programmato per il 16 novembre. Il decreto avrebbe contenuto il finanziamento per gli ammortizzatori sociali, la proroga dei contratti di produttività, l'università e altri interventi per il fabbisogno residenziale. A quel testo abbiamo lavorato in questi giorni per articolarne il contenuto».
«L'ipotesi che potremmo fare, considerando la convergenza di molte proposte fatte con i programmi che stiamo sviluppando, ipotesi che dipende dal vostro consenso - ha detto Tremonti rivolto ai deputati - è quella di sospendere e fermare l'orologio qua. Possiamo immaginare un emendamento o un corpo di emendamenti che contenga la bozza del decreto che può essere inserita nella legge di stabilità. Di questo abbiamo chiaramente già discusso con Berlusconi. Si tratta di anticipare tutto». La legge di stabilità è una cosa, il decreto sviluppo un'altra ma «se il parlamento consente la combinazione dei due testi, il risultato è lo stesso».
Il presidente della commissione Bilancio, Giancarlo Giorgetti, ha proposto quindi di sospendere l'esame del disegno di legge, aggiornandolo alla prossima settimana, in attesa dell'emendamento del governo che anticiperà i contenuti del decreto sviluppo.

venerdì 5 novembre 2010

Tor Bella Monaca, quello che non sappiamo

 Riporto dall'autorevole sito Eddyburg,it:


Una nota di Eleonora Martino e un articolo di Paolo Berdini illustrano un episodio che getta una luce allarmante su passato, presente e futuro. Il manifesto, 4 novembre 2010, con postilla

Periferie, il piano d'oro di Alemanno
di Eleonora Martini

Tra le proteste dei movimenti di lotta per la casa, il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha presentato ieri il «masterplan sulla riqualificazione urbanistica di Tor Bella Monaca». E, contrariamente a quanto preannunciato e propagandato, lo ha fatto nella cornice più rassicurante dell'auditorium dell'università Tor Vergata, non certo nel cuore del quartiere tra i più degradati dell'estrema periferia est della capitale.

Il piano, affidato «a titolo gratuito» all'architetto lussemburghese Leon Krier, prevede la «demolizione programmata» del quartiere, in particolare le cosiddette "torri", il peggio dell'edilizia popolare anni '80, preceduta dalla costruzione «nelle aree libere esterne» al quartiere «di nuovi alloggi pubblici, la cui altezza non supererà i quattro piani, destinati ai residenti». Al posto degli edifici demoliti, secondo il masterplan, saranno realizzate aree verdi, strade, piazze, servizi, «allo scopo di far riscoprire il valore dello spazio pubblico».

Bello no? E allora vediamo i numeri: rispetto ai 629 mila metri quadri di Superficie utile lorda (Sul) attualmente costruiti su 77,7 ettari di territorio, con una volumetria complessiva di oltre 2 milioni di metri cubi, tra «cinque anni» la superficie lorda utilizzata sarà quasi il doppio (1.100.000 mq), l'area edificata salirà fino a 96,7 ettari, e la volumetria arriverà addirittura a 3.520.000 metri cubi.

Altro che villette: cemento quasi raddoppiato. Al posto degli attuali 28 mila abitanti su 78 ettari circa (300 abitanti a ettaro), il piano prevede un incremento della popolazione fino a 44 mila abitanti. Che su 100 ettari circa fa 440 abitanti a ettaro. Altro che «tipologia abitativa meno densa»: qualcosa che assomiglia più alla speculazione edilizia anni '60 di viale Marconi, per esempio.
Il tutto a costo zero per l'amministrazione, malgrado per «l'intera operazione» si spenderanno 1.045 miliardi di euro. Ma, spiega Alemanno tra le grida dei cittadini che protestano, sarà tutto pagato dai privati.

Riqualificazione? No: debiti pagati col cemento
di Paolo Berdini

Era apparso subito misterioso il motivo per cui il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, avesse deciso di realizzare case a bassa densità al posto del quartiere di Tor Bella Monaca, proprio ora che i comuni non hanno un soldo per fare alcunché. Ci sarà tempo per valutare nel merito il "piano direttore" presentato ieri alla città. Ma fin d'ora è possibile rendere chiari quali siano le motivazioni della estemporanea proposta.

Le motivazioni stanno nella deliberazione n. 3 del 5 ottobre 2009 presa dallo stesso sindaco Alemanno nella veste di Commissario straordinario di governo per il piano di rientro del comune di Roma. Come si ricorderà, nel primo periodo di vita della giunta di centrodestra ci fu una forte polemica riguardo l'ammontare del buco economico lasciato dall'amministrazione precedente: per questo il governo Berlusconi affidò poteri speciali al sindaco proprio per definire tempi e modalità di rientro.

La deliberazione in questione è un riconoscimento di debito nei confronti degli eredi Vaselli, famiglia di grandi proprietari terrieri. A seguito di espropri mai perfezionati proprio per la realizzazione di Tor Bella Monaca il comune fu chiamato in causa dai Vaselli e perse la prima causa civile. L'amministrazione presentò appello, ma avviò contemporaneamente procedure riservate per la chiusura bonaria del debito. Così nel 2007 - amministrazione Veltroni - furono stanziati quasi 76 milioni di euro per chiudere le controversie con i Vaselli ed una parte di essi furono pagati. Mancavano altri creditori e così il sindaco-commissario deliberava di pagare i restanti 55 milioni di euro: per capire di quale folle buco stiamo parlando, in un solo anno sono stati riconosciuti ai Vaselli 1.343.000 euro di interessi per ritardato pagamento!

Ecco perché durante la scorsa estate il sindaco ha avuto l'idea di "recuperare" Tor Bella Monaca. Se si demoliscono anche parzialmente le attuali abitazioni, occorrerà trovare terreni liberi per costruire quelle nuove. E, guarda caso, le aree libere intorno a Tor Bella Monaca sono di proprietà degli eredi Vaselli. Costruisco nuove case sui terreni dei creditori del comune e tutto finisce in gloria.

Una considerazioni finale. Da conteggi attendibili e rigorosi sembra che il debito contratto dal comune di Roma con la rapace proprietà dei suoli è stimato nell'ordine di 1,5 - 2 miliardi di euro. Se applichiamo il metodo Tor Bella Monaca, e cioè riconoscere cubature in cambio della cancellazione del debito, dovremmo costruire in ogni centimetro della città. Una follia.

Ma come mai, chiediamo, negli ininterrotti 15 anni di amministrazione di centrosinistra nessuno ha mai lanciato l'allarme su questa situazione inedita nel panorama europeo? Non se ne è accorta nemmeno l'Anci che con il presidente Leonardo Domenici non ha mai posto la questione con la dovuta forza, forse perché nella veste di sindaco di Firenze era troppo impegnato nelle trattative della peggiore urbanistica contrattata. Nessuno ha dunque fiatato e i comuni italiani sono stati lasciati in preda ai proprietari dei terreni. Non ci sono più leggi e i comuni che vogliono fare qualsiasi opera pubblica sono costretti a regalare milioni di metri cubi di cemento. E' così anche nell'ultimo caso della Formula 1 da svolgersi all'Eur. Il tanto mitizzato privato non ci mette un soldo: è il comune che paga l'operazione vendendo aree pubbliche che ospiteranno una nuova colata di cemento. Sono anni che il manifesto lo denuncia con forza ma il palazzo fa finta di nulla, impegnato a discutere d'altro. Come il finto recupero di Tor Bella Monaca. Finto perché i documenti consegnati ieri dicono che ai privati verranno "regalati" 1.500.000 metri cubi di cemento e che la densità abitativa passerà dagli attuali 300 abitanti ettaro a 440: una mostruosa speculazione edilizia. Come alla Magliana o viale Marconi. Altro che villette!

Postilla: La storia è agghiacciante. Eccola in sintesi nei suoi lineamenti generali. 

Nel 1977 una legge presentata dal ministro Bucalossi e tarpata dal Parlamento in un suo punto essenziale (il regime dei suoli), definì le nuove norme per gli espropri. La Corte costituzionale invalidò le nuove norme. Il Parlamento non corse mai ai ripari: l’attenzione ai problemi della città scomparve. 

Si dimenticò l’insegnamento che veniva dalle esperienze condotte da un paio di secoli negli stati liberali e in quelli delle socialdemocrazie europei, e perfino da quello fascista: la necessità di combattere gli incrementi della rendita per garantire città orfdinate e funnzionanti. 

I comuni furono lasciati allo sbando: perfino le associazioni che li rappresentavano, come l’ANCI, o come li sostenevano su questi problemi, come l’INU, abbandonarono le battaglie del passato. Non parliamo dei partiti: anche per quelli di “sinistra” la rendita divenne qualcosa che alimentava lo “sviluppo”, la pianificazione urbanistica un insieme di lacci e lacciuoli, l’esproprio una bestemmia.

Adesso se ne paga il prezzo. Assaliti dalla grande proprietà fondiari i comuni stanno perdendo le cause intentate dai privati sulla base delle sentenze costituzionali. 

Come fanno per resistere? Alemanno dà il segnale: bisogna cedere e anzi raddoppire il prezzo. E’ la strada giusta?